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La tanatologa Sozzi: “Bisogna però evitare che resti uno strumento riservato alle élite” “Una grande opportunità per far uscire la morte dal suo status di tabù collettivo

“La Repubblica”, MERCOLEDÌ, 17 NOVEMBRE 2010 Pagina VII – Torino

C´è un´eccessiva enfasi ideologica su questo tema di cui hanno responsabilità sia i laici sia i cattolici

VERA SCHIAVAZZI

«L´iniziativa dei valdesi? Ottima, come del resto anche quella deliberata dal Consiglio comunale di Torino. Ma, nell´attesa di una legge del Parlamento, dovremmo riflettere sul fatto che il testamento biologico non deve restare un´opportunità riservata alle élite». Marina Sozzi, tanatologa, una delle studiose torinesi che più hanno lavorato sull´evoluzione culturale e sociale sui temi della morte, e del confine che la separa dalla vita, commenta così le novità delle ultime 48 ore.

Perché oggi le persone sono così preoccupate non tanto di morire, quanto del modo in cui questo avverrà?

«Esistono nuove paure, come quella di una vita determinata soltanto dai macchinari. Ma non si tratta solo di questo, quanto del fatto che la morte resta un tema sgradito, da respingere, mentre invece bisognerebbe affrontarlo e prepararvisi anche nelle famiglie. La prova? In un paese come gli Stati Uniti, dove il testamento biologico è generalmente accettato e non esistono resistenze di carattere religioso forti come quelle presenti da noi, soltanto il 10-15 per cento dei cittadini ha effettivamente messo per scritto le proprie volontà in questo campo. Si tratta di un´élite di persone colte, mentre la scelta dovrebbe essere un diritto per tutti».

La maggior parte di noi, tuttavia, preferisce non parlarne affatto…

«Proprio così. Invece, il testamento biologico può diventare un´occasione nella quale affrontare con la massima serenità possibile il problema. Recentemente, mio padre lo ha fatto ed è stata la prima volta in cui discutevano insieme della sua morte. Gli ho suggerito di consultare anche altri, a cominciare dal suo medico, e alla fine è stato un passo avanti anche per me. Se una persona perde coscienza e resta in uno stato vegetativo, per esempio, questo coinvolge tutta la sua famiglia. Ecco un altro motivo per il quale sarebbe meglio parlarne prima».

Le resistenze, anche individuali, sono forti. Molti si chiedono: e se poi cambio idea? E se una volta gravemente malato preferisco comunque vivere qualche giorno o qualche ora in più, e invece ho chiesto che le cure siano sospese?

«E´ una domanda più che naturale. Ma il testamento biologico, che oggi in Italia non è legge, può comunque essere rivisto, cambiato tutte le volte che si vuole. E, secondo me, dovrebbe essere accompagnato dall´istituzione di un fiduciario, una persona in grado di interpretare le nostre volontà anche in casi estremi».

E´ soddisfatta del dibattito politico in atto su questo tema? Crede che dal caso Englaro a oggi politici e cittadini abbiano fatto dei passi avanti?

«No. Purtroppo questo tema soffre di una forte strumentalizzazione politica, e di un´eccessiva enfasi ideologia della quale hanno la responsabilità sia i cattolici sia i laici. In questo senso, è più facile prendere iniziative locali come quelle assunte a Torino dal Consiglio comunale e dai valdesi che non giungere a una legge nazionale, che resta urgente ma che non appare a portata di mano».

Che cosa si potrebbe fare per favorirla?

«Fare uscire la morte dal suo status di grande tabù collettivo e parlarne con serenità. E´, anche, un problema di democrazia perché gli esempi degli altri paesi mostrano che soltanto chi ha più strumenti riesce ad affrontare il tema e a decidere almeno in parte sulla fine della propria vita, mentre la gran massa delle persone rischia di essere vittima non tanto della scienza quanto di una tecnica che spinge anche i medici a proteggersi a qualunque costo e in qualunque caso».