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RELAZIONE DI ACCOMPAGNAMENTO 

A PETIZIONE COMUNALE PER CANNABIS TERAPEUTICA

 

 

Al Sindaco

Al Presidente del Consiglio Comunale

Ai Consiglieri Comunali

 

di Torino

 

La nostra petizione al Consiglio Comunale intende sostenere, rafforzare ma anche ampliare quanto auspicato nell’Ordine del Giorno 2012-05025/002 (presentato dal consigliere comunale Silvio Viale e altri, e approvato dal Consiglio Comunale di Torino nella seduta del 13 gennaio 2014 con 24 voti favorevoli, 3 contrari e 1 astenuto). L’OdG chiede: “alla Regione Piemonte di attivare tutte le procedure necessarie per autorizzare le terapie con  preparati farmacologici naturali e sintetici a base di cannabinoidi come hanno fatto le  Regioni Veneto, Toscana e Liguria; al Governo di considerare la fattibilità, previa  valutazione congiunta del Ministero della  Salute e del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di una produzione in Italia di medicinali a base di cannabis, tramite una  collaborazione tra il Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo e lo Stabilimento  Chimico Farmaceutico Militare di Firenze” (il testo completo dell’OdG è disponibile a questo link:

http://www.comune.torino.it/consiglio/documenti1/atti/testi/2012_05025.pdf).

 

L’intento sia dei proponenti del succitato OdG sia dei promotori della petizione al Consiglio Comunale è, innanzitutto, quello di portare all’attenzione dell’opinione pubblica una situazione paradossale: l’utilizzo della cannabis a fini terapeutici, in Italia, non è illegale bensì regolamentato da anni da precise disposizioni di legge. Con un decreto del 2007 (decreto ministeriale n. 98 del 28 aprile 2007), il ministro della Salute Livia Turco ha riconosciuto l’efficacia terapeutica del Thc, il principale principio attivo della cannabis, e di altri due farmaci analoghi di origine sintetica, il Dronabinol e il Nabilone. Queste tre sostanze sono state inserite nella Tabella “Medicinali sezione B” del decreto del presidente della Repubblica n. 309/90 (Testo Unico delle leggi sugli stupefacenti), ovvero la tabella che – nella classificazione di tutte le sostanze psicotrope – riporta quelle che hanno attività farmacologica e sono pertanto utilizzabili in terapia. Nel febbraio del 2013 un ulteriore decreto (n. 33/2013), firmato dall’allora ministro della Salute Renato Balduzzi, ha riconosciuto la liceità dell’uso farmacologico dell’intera pianta della cannabis. Se il decreto Turco del 2007 ha aperto la strada ai farmaci di origine sintetica, il decreto Balduzzi ha ammesso anche quelli a base naturale. Il provvedimento ha ottenuto il parere favorevole dell’Istituto superiore di sanità, del Consiglio superiore di sanità e del Dipartimento politiche antidroga della presidenza del Consiglio dei ministri.

 

Se da una parte, però, l’ordinamento italiano riconosce lo statuto di farmaco alla cannabis, dall’altra la possibilità di cura è ostacolata da altri divieti che interessano questa sostanza, innanzitutto il divieto di coltivazione. Nonostante la nuova formulazione delle sostanze psicotrope,  emanata nel marzo scorso dal governo, preveda la separazione della cannabis dalle droghe pesanti (riportate nella tabella I allegata al D.P.R. 309/90), di fatto queste continuano ad essere equiparate nei divieti, a partire proprio dal divieto di coltivazione, tranne i soggetti espressamente autorizzati dal ministero della Sanità, ai sensi degli artt. 16, 17  e 27 del D.P.R. n. 309/90. E’ sulla base di tale normativa che il Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo è autorizzato da anni a produrre di cannabis di diverso tipo e con varie combinazioni di cannabinoidi.

In questi anni nessuna azienda farmaceutica italiana ha richiesto l’autorizzazione alla coltivazione della cannabis e alla successiva produzione di farmaci cannabinoidi. Non essendo disponibili sul territorio nazionale, dunque, i medicinali di origine vegetale a base di cannabis devono essere importati dall’estero, con un iter burocratico che prevede numerosi passaggi e che risulta irto di ostacoli e blocchi. Una coltivazione sul territorio nazionale renderebbe invece i farmaci cannabinoidi più facilmente reperibili ed a costi più contenuti. Le proposte in questo senso arrivano da più parti e c’è chi, come i pazienti dell’associazione “LapianTiamo” di Racale (Le) – vedi intervista ad Andrea Trisciuoglio: http://www.lastampa.it/2014/09/06/italia/cronache/per-la-mia-terapia-non-dovr-pi-pagare-gli-spacciatori-oX85kV5Ywk4KJgHKfVmjIL/pagina.html – propone la possibilità di auto coltivazione per i malati, e chi, come il presidente della commissione diritti umani dl Senato, Luigi Manconi, ha indicato la soluzione nell’avvio di una coltivazione controllata direttamente dal ministero della Salute, che sarebbe possibile realizzare presso lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (SCFM). Ricordiamo che già il governo Berlusconi, nel 2010, aveva fatto proprio un ordine del giorno presentato dagli allora senatori radicali Perduca e Poretti, che chiedevano già allora quanto richiesto dal senatore Manconi. Lo scorso 18 settembre, il Ministro della salute Beatrice Lorenzin e il Ministro della difesa Roberta Pinotti hanno presentato e sottoscritto pubblicamente l’accordo di collaborazione per l’avvio di un progetto pilota per la produzione nazionale di sostanze e preparazioni di origine vegetale a base di cannabis. Il testo dell’accordo è disponibile al link: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_notizie_1737_listaFile_itemName_0_file.pdf

L’accordo è un concreto passo in avanti per garantire un concreto “diritto di accesso” dei cittadini ai farmaci cannabinoidi. Ma sono possibili ed auspicabili altri passi in avanti. Leggendo il testo del documento, si evince che non sancisce alcun monopolio sulla coltivazione e produzione dei farmaci cannabinoidi da parte del SCFM. A tale proposito si riporta anche questa dichiarazione dell’Agenzia Industrie Difesa, che gestisce lo stabilimento Chimico farmaceutico di Firenze: “La produzione di farmaci potrebbe avvenire anche utilizzando materie prime di provenienza esterna” (fonte: “L’Espresso”).

Nel frattempo, ben 11 regioni italiane hanno introdotto dei provvedimenti che riguardano l’erogazione di medicinali a base di cannabis. Le Regioni sono: Puglia, Toscana, Veneto, Liguria, Marche, Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Sicilia, Umbria, Basilicata ed Emilia Romagna. Le normative regionali convergono tutte nel disciplinare l’erogazione dei medicinali a carico dei propri Servizi sanitari regionali (Ssr), ma sotto altri aspetti presentano una notevole disomogeneità: in alcuni casi i provvedimenti si limitano semplicemente a recepire quanto già stabilito dalla normativa nazionale, altrove sono previste specifiche campagne di informazione per il personale medico, oppure sono previsti degli appositi capitoli di spesa nei bilanci regionali per garantire le disposizioni dei testi, mentre in altri casi ancora le regioni hanno stabilito l’avvio di progetti pilota per la coltivazione a scopi terapeutici.. Il rischio maggiore comunque è che tutte queste leggi restino dei provvedimenti bandiera”, visto che spesso all’approvazione delle delibere non segue l’attuazione. Secondo i dati del ministero della salute, nel 2013 sono state rilasciate 213 autorizzazioni all’importazione di medicinali a base di cannabis dall’Olanda. Dal momento che ogni paziente è tenuto a importare il farmaco per un dosaggio non superiore alle necessità di tre mesi di terapia, deve inoltrare la richiesta di importazione per quattro volte in un anno. Il dato di 213 autorizzazioni va diviso, quindi, per quattro. Si può quindi dedurre che nel 2013 meno di 60 persone sono riuscite a ottenere il farmaco.

Acquistare il farmaco dall’estero costa tra i 15 e i 20 euro al grammo contro un costo di produzione stimato in 1,55 al grammo. Coltivando e producendo in Italia, sarebbero decimati i costi per il Servizio Sanitario nazionale (pagato da tutti i cittadini contribuenti) e sarebbero decimati i tempi di attesa del farmaco (che vanno ora da 2 giorni a 2 mesi).

Per cercare di contrastare questa indubbia ipocrisia (tante leggi, pochi pazienti), i firmatari della petizione comunale chiedono al Consiglio Comunale di impegnarsi affinché anche due enti quali l’Istituto Bonafous (avente sede a Chieri ma di proprietà della Città di Torino) e l’IPLA (Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente) possano intraprendere “progetti pilota” di coltivazione della cannabis per poi consegnarla allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze per la produzione di farmaci cannabinoidi.

Questa mattina, l’Associazione radicale Adelaide Aglietta (nella persona del suo segretario Giulio Manfredi) ha depositato presso il Consiglio regionale del Piemonte una petizione regionale con gli stessi contenuti di quella comunale.

Torino, 23 settembre 2014

I primi firmatari della petizione comunale:

GIULIO MANFREDI                     IGOR BONI                             ALESSANDRO FREZZATO

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