5 GIUGNO 2005 - RELAZIONE DEL SEGRETARIO AL 7° CONGRESSO STRAORDINARIO DELL’ASSOCIAZIONE RADICALE ADELAIDE AGLIETTA

Cari amici, cari iscritti all’Associazione radicale Adelaide Aglietta,
come sapete questo 7° congresso straordinario è stato indetto perché nella scorsa mozione dell’ottobre 2004 (durante il 6° congresso ordinario) avevamo inserito l’obbligo per gli organi dirigenti dell’associazione di convocare questo appuntamento dopo gli esiti delle elezioni regionali. Questo perché immaginavamo, non sbagliando, che il risultato di quelle elezioni, qualunque fosse stato, avrebbe condotto alla necessità di una riorganizzazione complessiva dell’associazione, non tanto rispetto a chi guida o guiderà l’associazione stessa, ma piuttosto rispetto a come ciascuno di noi ha inteso ed intende essere militante radicale.
Ce lo siamo detti in tutte le salse da aprile ad oggi ma giova ricordarlo anche in questa occasione ufficiale. Tutte le strutture che attualmente l’associazione possiede (la sede in affitto, i computer, il fax, la stampante, i telefoni, le sedie, i tavoli, il materiale e – fra breve – la macchina fotocopiatrice) le ha pagate di tasca propria, con i soldi che in questi anni siamo riusciti a mettere da parte e con il contributo dei propri iscritti. Tutto questo può essere utilizzato da ciascuno di noi ma a determinate condizioni. Innanzitutto il rispetto verso chi si è impegnato a mettere a disposizione quello che c’è, utilizzando ciò che è necessario esclusivamente per l’attività politica, concordando l’utilizzo con chi di tutto questo ha la responsabilità e ne risponde. Nulla (o quasi) è - e sarà - come prima quando c’era il Gruppo consiliare. Qui non c’è nessuno addetto alle pulizie, lo siamo tutti allo stesso modo, noi che queste strutture utilizziamo; ogni volta che avremo necessità di un intervento tecnico (sui computer, sui telefoni) lo dovremo pagare, ogni volta che proporremo o penseremo ad una nuova iniziativa dovremo sempre fare i conti con i costi che quell’iniziativa comporta. Per tutto ciò – e per chi può - l’invito a prevedere una cifra mensile da devolvere all’associazione è doveroso come è doveroso segnalare che dopo un primo momento in cui sembravano essere pronti i primi contributi mensili, ad oggi - che ci risulti - nessuno si è preso la briga di aprire un bonifico periodico per sostenere le spese.
Tutto questo è politica o è la gestione di un condominio? Io credo che sia la base per fare politica. Essere consapevoli di ciò che si è e di ciò che si ha, magari per essere anche pronti a rischiare, a scommettere e perfino a perdere quella scommessa. E a me pare che, come radicali, abbiamo perduto innanzitutto la capacità di confrontarci con ciò che siamo. Diciamo quante firme bisogna – sottolineo bisogna – raccogliere provincia per provincia, dando un obiettivo che è lontano anni luce da un possibile raggiungimento. Diciamo quante iscrizioni bisogna raccogliere dando un obiettivo che si sa già che non potrà essere nemmeno avvicinato. Questa modalità vale per tutto e sempre di più. Si evoca l’obiettivo da raggiungere come se bastasse evocarlo per raggiungerlo.
A me pare che da qui, da questa associazione, siamo riusciti a prefigurare dal punto di vista dell’organizzazione e dei risultati qualcosa di differente. Non dico di ottimo o di ottimale, non ci approssimiamo nemmeno a questa definizione, ma certamente qualcosa di meglio di quanto l’attuale struttura romana ci propone ad esempio.
Abbiamo tentato in ogni modo di valorizzare gli apporti di tutti, cercando di dare visibilità a molti con il rischio - che poi si è per la verità spesso concretizzato - che troppi di noi (mi ci metto dentro) hanno immaginato di essere politici e non militanti di un partito politico. Tutto questo lo abbiamo però fatto all’interno di una struttura (quella di Radicali Italiani per intenderci) che tende istintivamente a non valorizzare e spesso a sminuire qualsiasi iniziativa che non provenga direttamente dalla dirigenza romana.
Abbiamo dato ai nostri documenti approvati, alle nostre mozioni generali e particolari, quel valore che storicamente i radicali davano. Vi invito ad andarle a leggere, una per una, dal 2000 al 2004, sono state concretamente la nostra traccia durante ogni anno di attività. Tutto questo lo abbiamo fatto all’interno di una struttura che da un lato non rispetta il proprio statuto con la mancata convocazione periodica del congresso (il Partito Radicale) e dall’altro (Radicali Italiani) approva circa 5 mozioni all’anno che puntualmente non vengono rispettate nemmeno per la quarta parte.
Quindi va tutto bene? Non c’è nulla da cambiare? No, io credo che anche solo pensando alle difficoltà di queste ultime settimane (dalla mancata presentazione alle elezioni al trasloco, all’allestimento della nuova sede, alla campagna referendaria) ci rendiamo conto quanto ciascuno di noi sia profondamente inadeguato e quanto poco sappiamo affrontare situazioni difficili mantenendo i nervi saldi.
Ma molto altro possiamo fare - da qui - anche in termini di organizzazione nostra interna. E il punto principale sul quale voglio un attimo soffermarmi è la Giunta di segreteria. Questa struttura, prevista dal nostro Statuto, dovrebbe certamente essere valorizzata al meglio e messa nelle condizioni di lavorare più di quanto io sono stato capace di fare in questi anni. Ne abbiamo discusso in una riunione il mese scorso con la tesoriera e con i rappresentanti della Giunta stessa. Certamente il tentativo di creare in ogni provincia un piccolo segretario dell’associazione che lavorasse il più possibile in autonomia, che è sempre stato il mio obiettivo, è almeno in parte fallito. In quella riunione è stata espressa la necessità di una Giunta di segreteria più operativa, che si riunisca con frequenza maggiore di quella passata e che possa essere di maggiore supporto al segretario e alle attività dell’associazione. Le proposte fatte sono diverse tra loro ma tutte interessanti e il futuro segretario dovrà tenerne conto. Certamente molto, se non tutto, dipenderà inevitabilmente dalla volontà e dalla voglia di fare di chi della Giunta entrerà a fare parte.
Ma veniamo a quello che rappresenta attualmente il centro delle nostre iniziative. I 4 referendum del 12 e 13 giugno contro la legge 40 del 2004.
Noi siamo di fronte a un bivio epocale per il nostro paese come pochi altri ve ne sono stati nella nostra storia dal dopoguerra ad oggi, mi pare che molti siano consapevoli di questo. O vinciamo e riusciamo ad arginare la deriva clericale italiana o saremo nelle mani sempre di più di una minoranza fondamentalista (per fede o spesso per convenienze e servilismo) che impone per legge il proprio modello di comportamento (magari per infrangerlo alla prima occasione) e che prefigura sempre più come reato ciò che coincide per quella minoranza con un peccato.
Ed il confronto è molto più complesso di quello degli anni ’70 e non perché allora c’era più consapevolezza di oggi o perché allora i cittadini fossero più attenti e mobilitati di oggi. La differenza essenziale è che se allora era necessario convincere la maggioranza più uno dei votanti che se trionfano le libertà individuali non perde nessuno, cattolico, mussulmano, ateo, di destra o di sinistra che sia; oggi invece è necessario convincere e fare votare la maggioranza più uno degli elettori italiani. Non la maggioranza dei votanti ma la maggioranza degli elettori. Facendo finta che il numero dei cittadini italiani fosse lo stesso di oggi, durante il referendum sul divorzio, con schierati apertamente i comitati per il sì e per il no e vi fosse un’affluenza di circa il 70% (come accaduto per le scorse elezioni regionali), sarebbe stato sufficiente convincere poco più di 15 milioni di italiani a votare per una delle due opzioni. Oggi non è più così, di fronte a questa campagna truffaldina per l’astensione, di fronte al tentativo di fare fallire i referendum convincendo una esigua minoranza di cittadini a non andare a votare (come sappiamo in qualsiasi consultazione elettorale il 30% degli elettori già non si reca alle urne) per noi adesso gli Italiani da convincere sono la metà più uno degli aventi diritto al voto (circa 24 milioni di persone). Non è una differenza di poco conto, si tratta di quasi 10 milioni di persone in più.
Eppure la mia sensazione è che possiamo farcela e, soprattutto, che se non ce la faremo sarà per poco. E questo, se accadrà, farà ancora più male. La mia sensazione è che potremmo trovarci dinanzi a due situazioni molto distinte, magari il quorum raggiunto nelle grandi città ed un risultato pessimo nelle campagne e nelle valli; magari una differenza ancora più sostanziale del solito tra nord e sud dove il controllo del voto (in questo caso del “non voto”) è un rischio concreto. Vedremo; molto dipenderà da ciò che accadrà o non accadrà in questa settimana e soprattutto quale sarà il livello di informazione dei canali televisivi nazionali. A noi il compito, ciascuno per come può e magari anche per qualcosa in più rispetto a quello che può, di fare l’impossibile per consentire al nostro messaggio di laicità, di tolleranza, di ragionevolezza e di fiducia nelle scelte individuali di giungere al maggior numero di persone possibile.
Prima ho detto che l’Italia è di fronte ad un bivio epocale. Ne sono convinto. Ma paradossalmente quel bivio non comprende il futuro dei Radicali. Io credo infatti che qualunque risultato referendario avremo, sia che venga per noi una vittoria memorabile, sia se subiremo una sconfitta cocente, il da farsi non cambia e, soprattutto, le nostre urgenze sono le medesime.
La prima è riuscire a rientrare nelle istituzioni con un drappello di parlamentari alle prossime elezioni politiche; la seconda è di incominciare finalmente quella riforma interna della quale da anni si sente la necessità e che diviene più difficile e più costosa ogni giorno che passa e che passerà senza affrontarla.
E ormai, data la situazione in cui versano i radicali, poco conta quale sarà il modo con il quale riusciremo a tornare a giocare la partita. L’unica cosa che veramente conta è se riusciremo o meno a giocarla, sapendo bene che per giocarla dobbiamo accettare le regole del gioco e che se non ci riusciremo questo sancirà probabilmente la fine di una storia che dura ormai da 50 anni. Potremmo da subito lanciare una campagna per il voto ai radicali, qualunque sarà il loro posizionamento, “O li voti o li sciogli!”, qualcosa di analogo abbiamo tentato nel 1986 sulle iscrizioni riuscendo nell’intento.
Parallelamente a questo dovremo affrontare la rifondazione radicale, la riorganizzazione complessiva del magma che siamo divenuti, ridefinendo responsabilità, compiti e priorità dalla testa dell’organizzazione fino all’ultimo militante di provincia (in Italia o in Russia che sia). E non si tratta più solo della mancata convocazione del congresso del Partito, la riforma deve essere molto più complessa e complessiva. Se non accade tutto questo, o per lo meno se non comincia ad accadere, tutto il resto, per quanto possa essere fondamentale, diviene di cornice e non al centro di quanto dobbiamo e possiamo fare.
E se devo dirla tutta a me pare che Marco Pannella non abbia più la forza di proporre e portare a termine una riforma del genere, e tanto meno ciò può essere fatto da chi attualmente copre cariche di responsabilità nel partito, da chi per anni ha rifiutato di vedere ciò che era evidente a molti di noi e che adesso, pur magari riconoscendone l’urgenza non ha la capacità di portare a compimento una qualsiasi ipotesi di cambiamento. Per questo mi pare che l’unica soluzione percorribile, se non vi è l’immediato intervento diretto di Pannella, sia quella di cercare di proporre un progetto di rifondazione e costringere il partito a confrontarsi su questo. Questa forza può venire solo dall’esterno, da chi non ha condiviso in alcun modo le dinamiche che si sono instaurate in via di Torre Argentina. Chiunque abbia assistito ad uno degli ultimi Comitati sa che entro breve arriverà una resa dei conti tra i vari soggetti della nostra organizzazione, e più questo confronto si allontana, più ciò accadrà in forma “cruenta”. Non dobbiamo cadere nel tranello di farci condurre a nuove mobilitazioni straordinarie; le priorità, dopo i referendum, devono essere queste; e il rischio è che già a cominciare dalla prossima assemblea dei 1000 (se ci sarà) di altro si parlerà e non di noi stessi.
I radicali hanno un patrimonio di idee, di capacità e di iniziative che non ha eguali in Italia e forse in Europa. Possiamo dargli speranza per il futuro solo affrontando di petto e senza timore del “cosa accadrà” la situazione attuale nella quale stiamo navigando.
Andando verso la conclusione del mio intervento vengo a noi, e a me in particolare.
Io non so se in questi 4 anni ho fatto bene od ho fatto male il segretario di questa associazione, so che ho dedicato a questo ruolo un impegno che non avrei mai immaginato di sapere dedicare e che insieme a voi abbiamo fatto cose che non avrei mai creduto che saremmo riusciti a concepire e realizzare. Malgrado tutto questo però, molti di voi già lo sanno, io non sarò più il segretario dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta. Questa scelta, che è maturata ormai da circa un anno e che ho rimandato per consentire a noi tutti di arrivare con una qualche stabilità fino alla scadenza delle elezioni regionali, non significa affatto una mia volontà di disimpegno e non rappresenta in alcun modo una conseguenza di ciò che è accaduto (o meglio non accaduto) alle scorse elezioni. Rappresenta il bisogno di staccarsi da questo ruolo, da una parte per salvaguardare me stesso dalle continue, troppe, sollecitazioni che l’essere segretario porta con sé, soprattutto se una persona non vive esclusivamente in funzione del partito, e dall’altra per evitare di sentire sempre più questa associazione come “roba mia”. Io sono una persona che ha grande difficoltà ad affrontare qualsiasi cambiamento, di qualsiasi genere, anche questo. Vi assicuro che se ho scelto di non ricoprire più questo ruolo, al quale sono molto affezionato, è proprio perché ne sento il bisogno.
In fondo torno volentieri a fare il semplice militante, il tavolinaro che non ho mai cessato di essere, con l’ambizione però di occuparmi a fondo del partito. Non so ancora in che termini, con che capacità e con quale volontà ma certamente voglio tentare il tutto per tutto per salvare ciò che ho amato e vissuto in questi ultimi 20 anni.
Quindi grazie a ciascuno di voi, in particolare a quei pochi militanti delle province che con difficoltà molto più grandi delle nostre, sono riusciti a tenere alzate le bandiere radicali; spero, soprattutto, che quelli che da meno tempo ci hanno raggiunto sappiano comprendere le difficoltà che abbiamo e avremo ma sappiano continuare a darci il loro apporto che rappresenta il futuro radicale e la continuità possibile.
Grazie a Umar Khambiev per la fiducia che ha avuto e che ha in noi; Umar in questo inizio del 2005 ha certamente vissuto uno dei momento più tristi della sua vita con l’assassinio, da parte dei Russi, del Presidente Maskhadov; credo che anche per la speranza che lui in noi ripone continui ad essere prioritario e necessario per l’associazione proseguire la battaglia per una Cecenia libera e democratica.
Grazie a Rosanna e a Silvio per il lavoro che insieme a me hanno fatto. Sottolineo in particolare come con Silvio vi sia stata una convivenza durata oltre 4 anni, segnata da grande affinità, grande rispetto, grande stima e praticamente da nessun contrasto.
Anche questo è qualcosa che potremmo esportare verso i lidi romani.
Con affetto, vi abbraccio tutti.

RELAZIONE DEL SEGRETARIO
AL 6° CONGRESSO DELL’ASSOCIAZIONE RADICALE ADELAIDE AGLIETTA


Il mio intervento sarà suddiviso in quattro parti: nella prima dirò qualcosa relativamente alla situazione attuale dell’associazione e all’attività svolta e farò anche qualche considerazione di carattere strettamente personale; nella seconda voglio analizzare nuovamente il rapporto che intercorre e che, secondo me, dovrebbe intercorrere tra associazione e gruppo consiliare; nella terza parlerò della situazione politica di fronte alla quale si trovano i radicali e, per concludere, nella quarta ho voluto mettere in evidenza alcuni aspetti riguardo ai rapporti tra il gruppo dei radicali piemontesi e la dirigenza romana.
Prima di cominciare però voglio ringraziare Nicola Vono, Gianni Pizzini, Iolanda Casigliani, Alessio Boglino, Mario Mezzo, Andrea De Angelis, Alessandro Frezzato e Gian Piero Buscaglia, che con me hanno condiviso, per quest’anno, la responsabilità della segretaria dell’associazione.
Prima parte:
I quasi 11 mesi trascorsi dall’ultimo congresso sono stati indubbiamente i più intensi dal punto di vista dell’attività politica da quando la stessa associazione esiste. Questa affermazione, che è certamente vera, è più o meno la stessa che ci diciamo ad ogni congresso da un po’ di anni a questa parte. E ciò accade perché effettivamente sono gradualmente cresciute la nostra volontà e la nostra capacità di intervenire nella vita politica regionale e non solo. Certamente però, la crescita in termini di militanza, che pure vi è stata, sia a Torino che in altre parti della regione (specialmente ad Alessandria e Biella grazie all’impegno di Gian Piero Buscaglia e di Riccardo Simbula), la crescita in termini di iscritti all’associazione, non sono state all’altezza delle necessità. Così, in qualche modo, è venuto gradualmente a crescere l’impegno di ciascuno di noi per riuscire ad organizzare al meglio (a volte senza riuscirvi) tutto quello che abbiamo fatto.
Voglio qui ricordare brevemente le nostre iniziative sulla Cecenia che, di fatto, a fianco dell’azione nonviolenta di Olivier Dupuis in sciopero della fame per 36 giorni, hanno consentito lo svolgimento della manifestazione nazionale di Roma del 23 febbraio scorso e l’arrivo dei primi bambini ceceni per essere curati in Italia; il lancio dell’iniziativa di distribuzione dei volantini “Salute sessuale” di fronte alle scuole e alle università piemontesi, per chiedere il libero accesso alla pillola del giorno dopo; tutto quello che Giulio Manfredi ha continuato e continua a fare su Telekom-Serbia, fino all’ottenimento dell’audizione di Ciampi da parte dei magistrati torinesi (chi ci avrebbe scommesso fino all’anno scorso); la campagna elettorale per le elezioni europee; le iniziative in merito alla pillola abortiva che hanno condotto – o meglio costretto - il ministero a rilasciare l’autorizzazione condizionata alla sperimentazione; le iniziative recenti su Israele con la venuta di Marco Pannella; le decine di visite nelle carceri piemontesi (complessivamente sono più di cento da quando abbiamo il Gruppo consiliare) e l’approvazione del Regolamento sulla Cassa delle ammende; i sei mesi di raccolta firme sui referendum nei quali con 30.000 sottoscrizioni abbiamo contribuito ad un successo del movimento radicale per molti inaspettato. Tutto questo senza citare l’attività istituzionale in Consiglio regionale che penso approfondirà successivamente Carmelo Palma.
Ciò ha comportato, per quello che mi riguarda, un dispendio di energie psico-fisiche enorme, molto maggiore degli anni precedenti. Malgrado il numero di iniziative e gli indiscutibili successi che sono stati ottenuti, mi rendo conto di quanto, per me, le maggiori difficoltà siano derivate dagli sforzi messi in atto per riuscire a tenere insieme un gruppo di persone che, a tratti, soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà, è sembrato non avere alcuna intenzione di rimanere unito. Spesso mi è parso di essere il coperchio di una pentola con l’acqua in ebollizione e tutto questo, lo dico francamente, mi ha stancato e non poco.
Ora siamo qui anche per celebrare il successo della raccolta firme sui referendum, in Italia e in Piemonte in particolare, ma voglio sottolineare che se quel successo non vi fosse stato noi saremmo qui, certo con un altro stato d’animo, ma anche pronti ad accusarci l’uno con l’altro.
Quello che mi pare importante rilevare è che ciascuno di noi, lo dico a tutti (me compreso), dovrebbe ritrovare l’umiltà che ha in parte perduto e recuperare la capacità di ascoltare gli altri. I radicali hanno costruito una struttura dove moltissimi hanno una qualche carica: a parte Daniele Capezzone, Rita Bernardini e Luca Coscioni, vi sono più di dieci rappresentanti nella Direzione, decine di eletti nel Comitato, decine di associazioni radicali con segretari, tesorieri e presidenti, alcuni rappresentanti delle associazioni nel Comitato, probabilmente oltre un centinaio di membri delle varie giunte di segreteria delle associazioni, il tutto in un partito che conta poco più di 2000 iscritti. Come una volta mi ha detto Stefano Gionco, a differenza di altri partiti dove c’è qualcuno che fa il politico e molti che fanno i militanti; tra i radicali tutti fanno i politici, o almeno ne hanno l’ambizione, e molto pochi i semplici militanti. E’ un modo di organizzarsi, quello radicale, con grosse potenzialità ma anche con enormi limiti. Il risultato dipende da ciascuno di noi ma se, su ogni argomento, tutti pensiamo con assoluta certezza di avere la risposta giusta difficilmente quel risultato sarà positivo.

Seconda parte:
E veniamo al rapporto tra associazione e gruppo consiliare. Anche di questo se ne parla ad ogni occasione, senza riuscire a trovare con precisione quale dovrebbe essere l’assetto più corretto o ottimale. E io credo che questa soluzione non si riesca a trovare semplicemente perché la soluzione non esiste. Esiste invece la possibilità di una convivenza e di una collaborazione che è però lasciata al buon senso di ciascuno di noi. Anche qui, in modo non differente da ogni altro gruppo di persone, noi cadiamo nel tranello di vedere ciascuno la propria situazione, ciascuno le proprie difficoltà e frustrazioni, senza riuscire ad immedesimarsi minimamente in chi abbiamo di fronte. Così chi ha responsabilità nell’associazione a volte tratta i dipendenti del gruppo come propri dipendenti, chi viene alle riunioni a volte tratta i dirigenti dell’associazione come se si occupassero 24 ore al giorno di politica e dirigessero un’organizzazione di migliaia di iscritti e chi lavora al gruppo ogni tanto non si rende conto che il gruppo consiliare esiste innanzi tutto per fare politica radicale, nel senso più ampio del termine.
E allora cosa facciamo? Io credo esattamente quello che stiamo facendo, tentando di avere più rispetto gli uni degli altri ed evitando riflessi un po’ burocratici su quali siano i compiti di ciascuno. Oggi, nei fatti, esiste un rapporto di collaborazione molto buono dal punto di vista politico e organizzativo. E’ vero che spesso l’associazione si appoggia al gruppo per tutta una serie di lavori che praticamente il segretario, il tesoriere ed il presidente non avrebbero la possibilità materiale di realizzare, è altrettanto vero che una parte molto rilevante delle stesse iniziative del gruppo e degli stessi consiglieri è stata possibile solo grazie al supporto dato dall’associazione, innanzitutto mio e di Silvio Viale, sui temi ambientali e dei diritti civili, ma non solo.

Terza parte:
Ma veniamo alla politica propriamente detta. C’è un dato che mi ha sorpreso in queste ultime settimane, allo stesso modo come altre volte mi è accaduto in situazioni analoghe, e mi ha sorpreso essenzialmente perché in fondo, malgrado i quasi 20 anni di militanza radicale, sono evidentemente un inguaribile ingenuo. Il dato è che, dopo sei mesi di raccolta firme sui referendum, nei quali abbiamo organizzato – per ciò che riguarda il Piemonte – centinaia e centinaia di tavoli, contattato centinaia di migliaia di persone, distribuito centinaia di migliaia di volantini e raccolto 40.000 firme (10.000 non sono state utili per il successo della campagna referendaria ma le abbiamo pur sempre raccolte), dopo essere stati presenti sugli organi di informazione nazionali e regionali in maniera non paragonabile ai mesi precedenti (i dati del Centro d’ascolto sono lì a dimostrarlo); i sondaggi che sono usciti su La Stampa dopo la consegna delle firme, nel migliore dei casi, per fare l’esempio delle elezioni regionali del Piemonte, ci danno al 2,7% rispetto al 3,1% delle ultime elezioni europee.
Quindi cosa è accaduto. Io credo che il tentativo radicale in atto ormai da molti anni di accreditarsi, nei confronti degli elettori italiani, come forza alternativa al centro-destra e al centro-sinistra sia nei fatti andato a segno. Noi siamo percepiti come “altro” rispetto alla attuale “politica italiana”. Così, malgrado moltissimi siano disposti a riconoscere ai radicali, a Marco Pannella e a Emma Bonino, capacità e determinazione non paragonabili a nessun altro, malgrado gli attestati di stima che in questi mesi abbiamo ricevuto dalla cosiddetta “gente” e da molta parte del mondo politico ed intellettuale, la stragrande maggioranza degli elettori crede che votare radicale non conti; e quando dico “conti” intendo proprio il contare in termini aritmetici: non serve a fare perdere o vincere nessuno. Certo, serve a mantenere accesa la fiaccola delle libertà, della democrazia, della tolleranza, del diritto e dei diritti, ma questo per gran parte dell’elettorato è comunque troppo poco se non si affianca a contribuire a fare vincere o perdere Berlusconi, a fare vincere o perdere i comunisti.
Quindi quali sono le nostre alternative elettorali? Come dobbiamo presentarci alle prossime elezioni regionali e soprattutto come dobbiamo presentarci alle prossime elezioni politiche? Per ciò che mi riguarda le alternative sono tre, o meglio due e mezza.
La mezza è rappresentata dalla possibilità di creare un terzo schieramento, capace di calamitare un consenso considerevole. Quello che qualcuno chiama il “Polo laico-socialista”. Questa sarebbe la soluzione politica che io preferirei ma francamente mi sembra altamente improbabile e difficilmente percorribile. In questo ha ragione Pannella: “la casa laica esiste già, è quella radicale” e sinceramente non credo che le numerose proposte venute da una parte del cosiddetto mondo laico italiano (dai vari partiti socialisti soprattutto) abbiano una concreta possibilità di attuazione. Non credo cioè che effettivamente vi sia una volontà da parte dei laici del centro-destra e del centro-sinistra di lasciare il loro posto da parlamentari (quasi certo) per una avventura così rischiosa.
Restano quindi due alternative secche: la prima, del tutto onorevole, che in altre occasioni il movimento radicale ha messo in atto, è quella di non presentarsi alle elezioni. In questo caso potremmo continuare a fare politica fuori dal palazzo, cercando di condizionare con le nostre iniziative, con la nonviolenza, le decisioni, le leggi, le scelte della politica “ufficiale”. In fondo questo metodo è quello che ci ha condotto anche negli ultimi anni a successi inaspettati: i referendum dei mesi scorsi ma voglio anche ricordare l’indultino, i successi ottenuti per il rispetto della legalità costituzionale sul numero dei deputati e sulla stessa Corte Costituzionale, le vittorie del Partito Radicale Transnazionale all’Onu.
La seconda alternativa è invece di scendere dalla tribuna dove stiamo da anni e tornare nel campo della politica a giocare la partita, rischiando di sporcarsi le mani ma avendo possibilità immensamente maggiori di ottenere risultati. Spesso a me pare che noi ci limitiamo a dire quanto la partita è truccata, quanto noi saremmo più bravi, cosa bisognerebbe fare, quale strategia attuare, quali soluzioni prevedere, rimanendo però sempre a dirlo dal comodo sedile di spettatori. Se abbiamo tutte queste capacità, e credo che almeno in parte effettivamente le abbiamo, potrebbe anche essere ora di tentare di dimostrare agli altri ciò che andiamo dicendo, facendo i conti con le difficoltà ed i privilegi che essere in uno dei due schieramenti può dare.
L’alternativa che invece assolutamente credo non esista è quella di tentare di nuovo l’avventura di presentarsi da soli contro tutti. E’ vero che ogni tanto i radicali paiono riuscire a fare miracoli (il risultato delle europee del 1999 è lì a dimostralo) ma non credo che su questi rari miracoli possa basarsi una strategia politica.
Quello che è certo invece è che gran parte delle nostre scelte future saranno condizionate da ciò che accadrà ai referendum. Il rischio che corriamo è che mese dopo mese, la Corte Costituzionale prima e il parlamento dopo ci sfilino uno ad uno i quesiti, lasciandoci magari portare al voto il più marginale con la possibilità concreta, a quel punto, di non raggiungere il quorum del 50% più uno. Su questo i radicali saranno mobilitati e l’associazione dovrà essere pronta a supportare ogni iniziativa nel migliore dei modi. Il congresso di Radicali Italiani che si terrà a Roma il prossimo fine settimana è anche un appuntamento da sfruttare proprio per prepararci al meglio nella difesa dei referendum.
Sulla campagna referendaria appena conclusa voglio anche aprire una breve parentesi: noi in Piemonte, durante i 6 mesi, abbiamo fatto oltre 600 tavoli per un totale di circa 2000 ore di raccolta firme. Questa campagna referendaria è stata la prima che abbiamo condotto senza avvalerci della collaborazione a pagamento dei cancellieri, lo voglio qui rivendicare pienamente come scelta di legalità e come scelta di politica economica dell’associazione; se noi avessimo utilizzato i cancellieri, come è capitato in tutte le raccolte di firme per referendum del passato, avremmo speso, tenendo conto dei costi di cinque anni fa, oltre 40.000 euro. Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno di tre nostri compagni che si sono resi disponibili in quanto dipendenti comunali o provinciali a divenire autenticatori, come consente l’attuale legge: sono Giorgio Brusco, Roberto Vigna, Andrea Costa e Aldo Spagnoletti che con oltre 130 tavoli ha vinto la palma dell’autenticatore più assiduo. Tutto questo è stato possibile anche grazie all’impegno di Mariano Ferrentino (il nostro rappresentante al Comitato di Radicali italiani) che, con altri di noi, è riuscito a coinvolgere 165 autenticatori di tutte le forze politiche in questa campagna di raccolta firme. Mi pare un dato significativo che deve essere considerato, rivendicato e sottolineato.

Quarta parte:
Vengo ora all’ultima parte del mio intervento, il rapporto tra i radicali piemontesi - o meglio una parte dei radicali piemontesi - e la dirigenza romana. Questo è un altro aspetto che negli ultimi anni mi ha molto rattristato e molto fatto riflettere. Dal congresso di Ginevra in poi, evidentemente per le divisioni politiche che in quell’occasione si sono manifestate tra una parte dei piemontesi ed una parte della dirigenza romana, sembra essere nato nei confronti di alcuni di noi un giudizio definitivo, finale, senza possibilità di emendamenti. A giorni alterni siamo stati il grumo di potere, il ghetto, i corvi, i responsabili degli insuccessi. Siamo stati quelli che organizzavano “pullman cattivi” per portare mandrie di iscritti all’ultimo momento a Ginevra per tentare il colpo di mano e quelli che organizzavano “pullman buoni” se invece contribuivamo al successo di iniziative “radical correct”. Tutto questo è accaduto e accade, di tutto questo è necessario tenere conto. Per quello che mi riguarda credo che anche noi abbiamo commesso, in questo difficile rapporto famigliare, due gravi errori. Da una parte siamo stati condotti a reagire nello stesso modo, spesso giudicando a priori negativamente le iniziative che venivano lanciate da “Roma”, dall’altra, in altre occasioni di cui sono stato anche protagonista, tentando in ogni modo di coinvolgere pienamente Radicali Italiani in nostre iniziative, cercando di non scontentare nessuno e di non pestare i piedi a nessuno, con il risultato però di essere trattati allo stesso modo.
Quello che credo dovremo fare, da ora, è uscire dal ghetto dove siamo stati rinchiusi e ricominciare a essere militanti di questo partito senza condizionamenti, ciascuno facendo semplicemente quello che riterrà giusto fare. L’Associazione radicale Adelaide Aglietta è nata innanzitutto per rilanciare sul territorio l’iniziativa dei radicali, è quello che abbiamo fatto ed è quello che prioritariamente dovremo fare. Ogni altra iniziativa o campagna politica che decideremo di condurre dovrà essere organizzata con il massimo della trasparenza e dell’informazione nei confronti della nostra attuale dirigenza, ma dovrà anche essere fatta indipendentemente da quello che immaginiamo potrà essere la reazione - in positivo o in negativo - di Marco Pannella, di Emma Bonino o di Daniele Capezzone. Spero che altrettanto si faccia nella sede romana, lasciando da parte i pregiudizi del passato, valorizzando al meglio quello che da qui abbiamo messo in piedi, innanzitutto sull’affaire Telekom-Serbia, sulla Cecenia e sulla pillola abortiva RU486, onorandoci di giudizi politici anche severi, piuttosto che di accuse gratuite.
Voglio concludere il mio intervento con un’ultima considerazione. L’associazione in questi anni è stata uno dei maggiori centri di propulsione della politica transnazionale radicale. Oltre alle iniziative sulla Cecenia e su Israele, di cui ho già detto, molto è stato fatto sul Tibet e sul rispetto dei diritti civili e religiosi nel sud-est asiatico; colgo questa occasione per annunciarvi che domani saremo con Vanida in Piazza Castello a manifestare, per ricordare i 5 ragazzi laotiani arrestati e scomparsi ormai da cinque anni mentre chiedevano pubblicamente democrazia e riconciliazione nel proprio paese. Il mio auspicio è che nel più breve tempo possibile, oltre al necessario riordino e riorganizzazione delle responsabilità all’interno delle associazioni federate al partito radicale, possa esservi un concreto rilancio della politica transnazionale con un nuovo congresso del partito che possa vedere eletto un segretario ed avere un Consiglio generale attivo. Continuo a ritenere, come anche una mozione particolare dell’associazione approvata qualche tempo fa evocava, che la sede più adatta per questo rilancio, per questo nuovo congresso, sia la città di Gerusalemme. Sarebbe un ulteriore, importante impulso alle nostre iniziative per chiedere l'ingresso di Israele nell'Unione Europea.

  RELAZIONE DEL SEGRETARIO AL 5° CONGRESSO DELL’ASSOCIAZIONE RADICALE ADELAIDE AGLIETTA

Io comincerei proprio dalla questione economica, dai contributi, dalla nostra capacità di autofinanziamento. Questo è un punto fondamentale che, ne sono certo, non appassiona molti di noi ma che è probabile diventi argomento da affrontare in maniera molto seria negli anni a venire. Per chi non c’era prima del 2000, ma in fondo anche per chi c’era e si è dimenticato, voglio ricordare che noi abbiamo passato anni e anni a dedicare la maggior parte del nostro tempo alla semplice sopravvivenza: cioè tentando di trovare il modo di arrivare senza debiti troppo grandi alla fine di ogni mese. Forse io ne serbo un ricordo molto presente perché di questo mi sono prioritariamente occupato fino a quel momento ma credo che ciascuno di noi dovrebbe essere consapevole che quella situazione potrebbe ritornare tra breve, quando non dovesse più esservi un gruppo consiliare, con strutture e con la possibilità di avere contributi importanti da chi nel gruppo lavora e dai consiglieri.
L’anno trascorso è stato un anno particolare perché oltre alle 105 quote di iscrizione (molte delle quali di 50 euro ed oltre) vi sono stati contributi importanti e la vendita di numerosi libri, che ci hanno consentito di chiudere con un buon risultato di autofinanziamento. Ed è per questo che credo noi dovremmo e dovremo sempre di più allargare il nostro bacino di iscritti, perché automaticamente riusciremo così ad allargare il nostro bacino di contribuenti. Quindi la richiesta a tutti voi di reiscrivervi da subito e di trovare iscrizioni e contributi per l’associazione non è dovuta ad una gara interna delle associazioni come alcuni sembrano pensare, quasi che se si è quelli con il numero maggiore di iscritti si vince, è proprio il metodo necessario per prepararci nel migliore dei modi a tempi che potrebbero essere peggiori da questo punto di vista.
Da un altro punto di vista, quello delle iniziative e quello della nostra capacità di incidere nella vita e nel dibattito politico regionale e non solo, credo invece si debba dare atto, non tanto all’associazione ma più in generale ai radicali piemontesi che in questo anno e due mesi si sono impegnati, di avere raggiunto risultati francamente inaspettati.
Di nuovo lo dico per chi non c’era qualche anno fa o per chi non lo ricorda: noi, prima del 2000 riuscivamo solo ogni tanto durante l’anno, con uno sforzo incredibile, a creare qualche iniziativa su qualche tema con riscontri spesso molto poco soddisfacenti sugli organi di informazione locali. Solo in questo ultimo anno abbiamo invece fatto sostanzialmente una iniziativa al giorno, riuscendo, solo come associazione (senza parlare cioè delle attività del gruppo consiliare) ad uscire più di 100 volte sugli organi di informazione locali (soprattutto sulla Cronaca di Torino de La Stampa) ed in alcuni casi (una quindicina di volte) su svariati temi - RU486, aborto, clonazione umana, libertà di ricerca, Telekom Serbia, Caccia, SARS, Cecenia, eutanasia - anche sugli organi di informazione nazionali: Corriere della Sera, La Stampa, Il Giornale, Il Giorno, Libero, L’Unità, Il Messaggero fino ad arrivare al Tg2 di qualche giorno fa.
Partendo dalla mozione dell’anno scorso ma ampliando notevolmente il raggio di azione, siamo riusciti, su temi tradizionalmente radicali, a fare iniziative importanti. Parlo dell’aborto farmacologico e dell’eutanasia, delle iniziative in materia ambientale, sull’inquinamento e la salvaguardia delle acque, parlo delle carceri e della caccia. Iniziative che spesso, oltre ad avere avuto un discreto riscontro sugli organi di informazione, sono divenute patrimonio dell’intera area radicale.
Ed è importante sottolinearlo: tutto questo è stato possibile farlo soprattutto grazie al fatto che esiste un gruppo consiliare radicale in regione, grazie al fatto che vi sono due consiglieri regionali, grazie al fatto che vi sono alcune persone che giornalmente lavorano al gruppo e certo anche grazie all’Associazione.
Io non voglio ricordare nello specifico le iniziative organizzate. Sul sito, curato da Carla Marchisio che ringrazio, vi è un aggiornamento continuo su quello che facciamo. Voglio però sintetizzare questo anno passato con due elementi.
Il primo riguarda la nostra produzione editoriale: oltre all’ormai tradizionale libretto delle iniziative da me curato, l’associazione ha collaborato economicamente alla pubblicazione del libro di Giulio Manfredi “Telekom Serbia. Presidente Ciampi, nulla da dichiarare?”, ed ha realizzato, grazie all’impegno di Sabrina Gasparrini e Claudia Pagliano, la pubblicazione degli atti del convegno su Adelaide Aglietta che tenemmo nel 2002. Sempre per quanto riguarda le iniziative editoriali questo è certamente stato l’anno delle presentazioni: sono state decine tra quelle del libro di Giulio, quelle del libro di Bruno Mellano e Massimo Lensi “Indocina libera. Il caso Laos trent’anni dopo. Dove la democrazie è reato”, quelle del libro di Luca Coscioni “Il maratoneta”.
Il secondo elemento riguarda l’impegno che abbiamo prodotto nel tentativo di essere presenti anche nelle altre province piemontesi. Non entrerò nello specifico ma voglio dare questi dati: nell’anno appena trascorso abbiamo organizzato 38 iniziative fuori dai confini di Torino. 20 in provincia di Cuneo (grazie soprattutto a Gianni Pizzini), 5 a Novara, 4 a Vercelli, 3 a Biella, 2 ad Alessandria. Asti e Verbania sono rimaste a zero ma due iniziative ciascuno contano Ivrea e Giaveno in provincia di Torino. Tutto questo senza considerare gli oltre 100 tavoli complessivi che ci hanno impegnato sulle piazze di Torino, Ivrea Giaveno, Rivarolo c.se, Chivasso, Cuneo, Fossano ed Aosta, su temi quali: Iscrizioni al sindacato, Telekom-Serbia, Irak, referendum del 15 giugno, libertà di ricerca scientifica e Cecenia.
Francamente non mi pare sia poco.La seconda parte del mio intervento vorrei dedicarla invece a qualche riflessione più di carattere generale. Per questo mi ricollego ad alcune parole di Daniele Capezzone, pronunciate durante la sua lunga relazione introduttiva del II congresso di Radicali Italiani, che ho ascoltato con soddisfazione perché esprimevano ciò che, in modo certamente meno preciso e più confuso, avevo cercato di dire già nella mia relazione dello scorso congresso dell’Associazione.
Daniele sottolineava in quella occasione il paradosso radicale: una ricchezza di strutture, che contano numerosi segretari, tesorieri e presidenti, numerosi membri di varie direzioni, che non riescono però a collaborare tra loro ed a contribuire in modo efficace e convergente alla realizzazione degli obiettivi dei radicali.
Daniele inoltre, rispetto all’iniziativa politica radicale, individuava in Marco Pannella il “responsabile di tutto” verso l’esterno dell’area radicale, mentre però quel tutto in qualche modo è in fondo estraneo allo stesso Pannella e spesso, estranee le une alle altre risultano essere le parti di quel tutto che invece di divenire corresponsabili di un lavoro comune, spesso si limitano a sentirsi “giudice” una dell’altra.
Aggiungo io che invece di avere creato un circolo virtuoso nel quale diverse organizzazioni e diverse responsabilità riescono a produrre una somma e magari una moltiplicazione di politica, spesso mi pare siamo finiti in un circolo vizioso nel quale una parte importante delle energie è volta all’annullamento reciproco, con danni notevoli alla nostra potenzialità complessiva di iniziativa.
Analizzando questa situazione a me pare di individuare tra le principali cause la non capacità e la non volontà, da parte della leadersheep radicale di tirare i fili delle iniziative e di trovare un percorso unificante. E quando parlo di leadersheep radicale parlo innanzitutto di Emma Bonino e Marco Pannella.
Noi siamo un partito strano: la gran parte dei militanti del movimento radicale riconoscono in Emma e in Marco i leader ma si ritrovano Emma in “esilio volontario” al Cairo e Marco che spesso pare più un osservatore ed un commentatore che effettivamente al centro delle lotte radicali.
Ma vi immaginate se trasportassimo la nostra situazione in un altro partito. Proviamo a pensare cosa sarebbero e farebbero i DS se da domani Fassino andasse al Cairo e non si occupasse più della vita del partito e D’Alema si limitasse quasi esclusivamente a scrivere su L’Unità; e se nascessero, all’interno dei DS, una serie di organizzazioni autonome guidate che so: una da Morando, una da Mussi, una da Folena e una da Salvi. Io credo che un qualche problema di gestione interna vi sarebbe e la confusione nei militanti diessini prenderebbe il sopravvento sul resto.
Con questo io non voglio criticare Marco ed Emma. Emma in particolare ha fatto una scelta difficile, probabilmente perfino lungimirante, che porterà anche a noi benefici sul piano politico, magari anche a breve termine. Dico semplicemente che è normale che una organizzazione che si struttura in questo modo abbia come riflesso sui militanti un qualche distacco, una minore passione, un senso di confusione e di vuoto.
E io non sto proponendo a Marco o Emma di assumere in sè la responsabilità di segretario o presidente o che so io. Storicamente Marco senza alcuna carica è riuscito ad individuare un percorso che fosse di unione della variegata area radicale; e se penso alla ultima iniziativa forte di Pannella “Irak libero” mi pare che quella sia stata l’ultima volta nella quale pressoché l’intero mondo radicale si sia di nuovo unito per un obiettivo comune.
A me, a noi, penso manchi tutto questo e quindi, essendoci un vuoto, c’è chi tenta di riempirlo, ciascuno con le proprie priorità.
Rispetto a noi, io ho la presunzione di dire che il gruppo torinese-piemontese è uno dei pochi in Italia che, in questa situazione strutturale di difficoltà, date le priorità a volte estremamente diverse di molti di noi, è riuscito comunque a produrre una somma di iniziative che hanno arricchito ciascuno di noi e a volte anche l’intero movimento radicale e nel contempo è riuscito, a volte meglio e a volte peggio, a fare proprie tutte le campagne di Radicali Italiani e del PRT. Certamente non tutto è stato ed è un idillio, né tutto è semplice. Abbiamo litigato, ci siamo confrontati anche con durezza, ma tutto sommato abbiamo convissuto abbastanza bene.
Credo che il migliore degli auspici che mi sento di fare a noi stessi sia quello di riuscire a continuare in questo modo, non facendo mai dell’associazione uno strumento di lotta politica all’interno del movimento radicale, continuando ad essere megafono in Piemonte delle iniziative radicali nazionali e transnazionali ma non avendo paura di fare iniziative che possono anche risultare scomode o sconvenienti per gli stessi equilibri dell’area radicale.
E su questo io voglio concludere, rivendicando appieno ciò che anche da qui è stato fatto recentemente sulla Cecenia per la venuta del Ministro Khambiev (il compagno di partito e di associazione Umar) e in fondo anche ciò che è stato fatto nell’organizzazione e realizzazione dell’iniziativa in Laos di due anni fa. Certo quando si verificano critiche così aspre come quelle che sono venute da alcuni, successivamente al Laos ed alla venuta di Khambiev, non si può pensare che tutte le ragioni siano da una parte e tutti i torti dall’altra. Certamente però tutte e due queste iniziative hanno avuto il merito di costringere i dirigenti radicali a riempire una parte del vuoto di cui parlavo prima. E credo che uno dei compiti fondamentali dell’associazione per il prossimo anno sia proprio quello di tentare di superare queste sterili divisioni interne con l’obiettivo di convincere Marco, Emma, Daniele, a porre la questione cecena al centro dell’agenda politica dei radicali e non solo più dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta.
Sarebbe un bene certo per i radicali ma credo soprattutto sarebbe un buon passo avanti nella soluzione del più grave genocidio compiuto in Europa, dalla seconda guerra mondiale ad oggi.
Ho terminato.
Igor Boni

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