Il 22 maggio una delegazione dell’Associazione radicale Adelaide Aglietta ha visitato la Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino. La visita si è concentrata sugli ultimi piani dei padiglioni B e C, in cui sono state rinvenute le maggiori criticità sia strutturali sia per quanto concerne la gestione della popolazione detenuta, resa molto più difficoltosa dal grave sovraffollamento e dalla mancanza di agenti di polizia penitenziaria rispetto a quanto stabilito dalla pianta organica.
La delegazione ha quindi incontrato le operatrici in servizio presso il Reparto di osservazione psichiatrica, che hanno reso note le nuove misure adottate al fine di confermare, e dunque eventualmente intervenire clinicamente, l’abuso di Fentanil nell’istituto, al momento peraltro circoscritto a sporadici casi, con rilevazioni meritevoli di approfondimento.
La visita, che si è conclusa nella sezione femminile, ha confermato la forte criticità di questo istituto. Se la situazione nazionale delle carceri è gravissima, lo è ancora di più per il Lorusso e Cutugno, dove è la stessa dimensione dell’istituto che amplifica ogni problematica, con la prospettiva di andare verso un inevitabile punto di rottura: sovraffollamento in ambienti spesso fatiscenti; agenti di polizia giudiziaria perennemente sottodimensionati dove la frattura generazionale (causata dal blocco delle assunzioni) tra una minoranza di agenti esperti ed una maggioranza di agenti con pochi anni di esperienza, ostacola la formazione interna e di conseguenza la soluzione dei problemi quotidiani; la circolazione interna di sostanze stupefacenti, diventata un problema cronico e cui far fronte è un’impresa che impegna gravosamente il personale giá vessato da esiguità e condizioni generali difficili, cui si aggiungono le difficoltà derivanti dai molti e non sempre monitorabili canali di ingresso delle sostanze.
E’ probabile che la visita abbia centrato gli aspetti peggiori del carcere di Torino, dove pure ci sono situazioni di eccellenza grazie all’impegno di tante associazioni di volontariato e alla quotidiana volontà e resistenza dell’amministrazione carceraria – dalla direttrice, al personale dell’area trattamentale, dai pochissimi mediatori culturali ai numerosi insegnanti, incluso il personale sanitario – ma quello che abbiamo visto, sentito, annusato è un pugno nello stomaco, una situazione di illegalità che dev’essere denunciata e fatta conoscere.